Diario di Viaggio

Acquaformosa, l’approdo dei rifugiati

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A Lungro volevi incontrare l’Eparca. Invece ti ritrovi a fotografare i risultati del dissesto idrogeologico con Francesco, fotografo e giornalista del Quotidiano della Calabria. Viene da Acquaformosa, da qualche anno approdo di stranieri rifugiati di tutto il mondo. Allora vai. In piazza sotto il busto di Skandemberg, eroe nazionale albanese staziona un gruppo di eritrei sbarcati a Ragusa quattro giorni fa. Uomini, donne e molti bambini. Al piano di sopra, la sede dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo, che da 3 anni grazie ad un progetto del Ministero dell’Interno accoglie i rifugiati.
Giusy, indaffaratissima al computer, ti racconta di come un’attività di accoglienza possa trasformarsi in un piccolo volano per l’economia di un paese di 1000 abitanti e, come tutti qua, prossimo alla chiusura per consunzione. Per alloggiare gli stranieri si sono recuperate case sfitte, il cibo e i suppellettili sono acquistati nei negozi del paese, all’associazione lavorano ora 17 operatori tutti locali. E ai corsi doposcuola inizialmente per i bambini stranieri, ormai sono più numerosi gli italiani.
Dopo un anno di permanenza, alcune famiglie se ne vanno. Altre rimangono e in Appennino si cominciano a scrivere nuove storie

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San Basile: un comune sovietico e la bandiera americana

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A San Basile, dove puoi vedere Jonio e Pollino, il comune è il catalizzatore un po’ di tutto: associazione culturale, centro degustazione, nucleo protezione civile, centro benessere (solo sulla carta ancora). Ma soprattutto è diventato agente immobiliare. Ha censito le abitazioni vuote e ha stimolato i proprietari a metterle in vendita on line sul sito del comune. Un approccio “sovietico”, dove il pubblico si sostituisce a un privato che di fatto non esiste. Il risultato però sono una trentina di case vendute a famiglie che hanno deciso di venire a viverci: pensionati o giovani amiglie. Che staccano dalla città, ma che trovano anche il modo di far quadrare i conti di casa. Per alcuni l’unica possibilità di ave una casa di proprietà. Poi c’è la storia di Silvia, napoletana, che qua è diventata imprenditrice con un Bed and Breakfast. “Emigrata a sud da Napoli, dove come archivista non è riuscita a trovare lavoro”. È il primo di San Basile. La sua targhetta di metallo sventola al vento ome la bandiera americana sulla luna.

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A Buca-rest

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La chiamano buca-rest, il pezzo di statale 19 che sale a Mormanno. La gloriosa Statale delle Calabrie è una striscia d’asfalto sempre più stretta, mangiata dal bosco e bombardata da frane e voragini. Un cartello avverte della non transitabilità, ma giusto per pulirsi la coscienza ed ebitare richieste di risarcimento, perchè tanto, per salire al paese, quella strada la devi fare.
A Mormanno incontro Francesco, un tipo corpulento e allegro, che mi parla di un parco letterario fuggito da Mormanno a valle, di come la poesia possa (forse) salvare ancora una terra in cui è franato tutto, oltre alle strade. Mi parla soprattutto di un terremoto di 5,3, che ha messo in ginocchio un comune ora transennato. E che l’Italia ha dimenticato troppo in fretta.

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Caccia (arrabbiata) alla galleria elicoidale

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Fra Castelluccio Superiore e Castelluccio Inferiore (che solo in Italia possono essere due comuni distinti) c’è la galleria elicoidale delle Ferrovie Calabro Lucane sulla linea che da Lagonegro scendeva a Spezzano Albanese. Un manufatto dal valore storico, culturale, oltre che ingegneristico. Chiedo ad almeno dieci persone a Castelluccio, senza che nessuno mi sappia dire con certezza dove si trova. Alla fine desisto. In realtà di questo pezzo di storia non frega niente a nessuno. È vero, è stata soppressa da 35 anni la vecchia linea, le cui stazioni, i vecchi caselli, la sede delle rotaie, sono ancora lì mischiati all’uomo e alla natura, nella bellezza lancinante del Parco del Pollino. È vero. Però fa male vedere buttare via un capolavoro così’ su cui si potrebbe passeggiare, esplorare, riflettere, ricordare, commuovere. Se si cancella dalla memoria allora è giusto che la natura continui a sbranare con i rovi, con i tetti che crollano, tutto questo. Purché faccia presto, perché assiste allo strazio del lento oblio è troppo doloroso. Piuttosto un colpo alla testa. Andiamoci con ruspe e caterpillar, distruggiamo tutto e finiamola qua. Forse, solo allora qualche coccodrillo piangerà

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Lavori fra Lauria e Lagonegro

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Avete presente i lavori fra Lauria e Lagonegro? Quelli di Isoradio. Esattamente sotto al km 131 della A3, quello mai aperto fino a quest’anno, per via di un viadotto che oscillava di 50 cm al giorno, Dario e Patrizia, marito e moglie, hanno aperto un Parco Geologico (Micromondo si chiama) in un mobilificio dismesso. Per insegnare a tutti che se è vero che la geologia è la grammatica della natura, in Appennino questo vale doppio, soprattutto in una delle zone più sismiche d’Italia. “Quassù tutto è geologia, tutto dipende dal terreno su cui stiamo: le nostre vite, i nostri progetti”‘ mi dice. Il Parco è nato con un prestito d’onore qualche anno fa e oggi ci passano quasi 6 persone all’anno. In mezzora mi spiega come si è formato il sistema solare, la terra, la tettonica a zolle. Mi parla di vulcani e carsismo, di ghiacci e faglie. E all’improvviso scatena un vero terremoto.
Intanto lassù, sulla Salerno-Reggio, gli uomini continuano a tessere quella tela di penelope che la logica avrebbe voluto far passare altrove, ma la politica ha piazzato nel midollo della montagna. Montagna che adesso si ribella. Come alla galleria Renazza (già il nome…), un buco nella terra argillosa che ad ogni scavo si dilata e riprendendosi i metri cubi rubati dagli uomini.

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Lagonegro vista da qua

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Adesso si dirà che sono il solito affezionato alle anticaglie industriali. Però venite a vedere Lagonegro dal basso. Dal binario 1 della stazione ferroviaria abbandonata da un quarto di secolo. Da quaggiù il paese è ancora un feudo pastore a vedetta dell’ultimo istmo di Italia. E oltre dalla roccia si lancia nell’ignoto della foresta il ponte delle vecchie Ferrovie Calabro Lucane, sollevato dal bradisismo di una terra che non riesce a star ferma. Lagonegro era le colonne d’ercole dello scartamento ordinairio. Oltre potevi proseguire con lo scartamento ridotto fino a Spezzano Albanese. Che non era solo un fatto tecnico, era un salto immaginifico, l’ingresso nella dimensione onirica del viaggio.
Un comitato sta lottando per riattivare la linea che da Lagonegro sale a nord verso Sicignano.
Faccio il tifo per loro.

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Come gusci d’uovo

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Si fanno foto da cartolina a tutti i paesi dell’entroterra. Quelle apparenti bomboniere di case abbarbicate sulla rupe di turno. Invece avvicinandoti ti accorgi di entrare in una scatola vuota. In un guscio a cui è stato succhiato da tempo il tuorlo e rimane solo un sottile strato di calcare pronto a sbriciolarsi. Solo oggi sono stato a Bisaccia, Andretta, Pescopagano, Castelgrande, Muro Lucano. La cosa impressionante è il silenzio a qualsiasi ora del giorno. Perché non c’è più nessuno. Intere strade con case e porte sbarrate. E quei pochi che rimangono non hanno l’età o lo spirito per dire nulla. Franco Arminio, poeta geniale, li chiama i “rimanenti”, involuzione morale dei residenti. Rimane, finché durerà, la forma del paese. Un perimetro sempre più fragile e culturalmente poco significativo. Non ci resta che la toponomastica. E poi, più neanche quella

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