Diario di Viaggio

Arrivato a Melito. L’Appennino visto da qua

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Dopo avere declinato la proposta di un imbianchino a rilevare una società d’imbottigliamento acque minerali, ho condotto felicemente all’atterraggio di Melito Porto Salvo il mitico Dink. Il viaggio è stata una scatola riempita all’inverosimile di storie, persone, curve, animali, odori, alberi, vento, nuvole, erba, sorrisi, sguardi, paure fottute e fatica. I giorni adesso mi sembrano anni e quella montagna che ho percorso per 2.200 km in realtà mi sembra un continente intero. Tanto è capace di contenere e raccontare. Il Continente Appennino.
Adesso torno a casa. O ci provo.

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Garibaldi fu ferito….

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Avete presente la canzoncina? Ecco, Garibaldi fu ferito qua, nel 1862, a Gambarie, Aspromonte. E in questa casa gli fecero la prima fasciatura. Francesca, mi fa entrare e mi racconta della specialità della casa: maccheroni al sugo di capra. Però lei non ha dubbi: il vero lustro alla taverna lo diede Mino Reitano, quando nel 1974 soggiornò qui per il film “Calabria Mia”. Con buona pace del Generale.

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A passo d’uomo in Aspromonte

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L’Aspromonte me lo sono fatto a passo d’uomo. Per le buche, per la nebbia che neanche a Nogarole Ricca. Perché da ogni felce può spuntare una vacca sacra mucche dalle mammelle asciugate piazzate in Aspromonte dalle famiglie dei clan per marcare il territorio. Per fortuna che ho proceduto lentamente. Così ho notato la baracchina di Lia, che mi ha tagliato una soppressata decisamente importante. Ho ammirato la fioritura incredibile di ciclamini sotto le faggete. E ho visto spuntare dalla nebbia il pollice di Franco che mi chiedeva un passaggio e durante il viaggio mi ha raccontato che se lui riesce a mangiare è solo grazie a quello che coltiva e che raccoglie nel bosco. Non si trova più neppure il lavoro a giornata a Platì.

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Nel covo dei resistenti alla ‘ndrangheta

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A Serra San Bruno, paesone di boschi inselvatichiti fra Tirreno e Jonio, se fai attività civile contro la ‘ndrangheta, può capitarti di trovarti davanti alla sede dell’associazione una testa mozzata d’agnello ancora sanguinante. Come è successo ai ragazzi dell’Associazione Il Brigante, che tengono anche un giornale online di denuncia nell’area delle Serre Calabresi (www.ilvizzarro.it). Passa il dopocena nel loro covo, a farti raccontare delle battaglie per l’acqua di rete e per il mantenimento dell’ospedale. E delle loro attività per togliere qualche ragazzo dalla strada con il teatro, i libri, o costruendo antichi strumenti musicali. Parliamo del presidio del territorio. Quello di stampo medioevale e mafioso, dove ogni ‘ndrina lotta per accaparrarsi pezzi di bosco. Che significa legname, ma soprattutto controllo dei traffici e dei passaggi in una terra, quella delle Serre, snodo fra Jonio e Tirreno. Il crinale dell’Appennino, da queste parti, è anche e soprattutto questo. “Nelle persone l’attitudine alla questua verso il potente di paese e al familismo è assolutamente radicata”, mi dice Salvatore. “Smuovere le coscienze non è facile. Se riusciremo a costruire un mondo migliore per noi, bene. Altrimenti spero almeno che ciò che facciamo serva a indicare ai ragazzini che c’è un altro modo di vedere le cose e possano fare scelte diverse dei loro padri…”

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Simbario. Nei boschi del Vizzarro e un dipinto di Renoir

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Guidare nelle Serre Calabresi, quella schiena di boschi arrotondati fra Sila e Aspromonte, significa farsi largo fra sterpaglie, felci e rivi che avvinghiano la strada fino a soffocarla. Del resto tutto qua parla di abbandono. L’uomo ha lasciato da tempo la presa sulla natura. Al passo di Fosso del Lupo, ad esempio, al posto del grano, per ettari, a perdita d’occhio sono solo felci ed erba cattiva.
In mezzo a tutto questo finisci in una chiesa di Capestrano a contemplare l’affresco di un battesimo di Gesù che ti giurano essere di Renoir, ma che nessuno ha mai attribuito con certezza. “Il problema però”, ti dice Antonio, barista, “è che in paese non gliene frega niente a nessuno. Forse neppure sanno chi fosse Renoir. E invece ci sarebbe bisogno di portare turismo, persone”.
Aspetti che vali la notte in bilico sulla valle del Fellà, canyon fra i boschi protesi verso il lago dell’Angitola. È qua che dal buio spunta Mimmo, maestro in pensione, che ti racconta la storia del Vizzaro, brigante leggendario, inafferrabile dai regi, ma ucciso per vendetta dall’amante proprio nella selva sotto i tuoi piedi. Mi porta a casa sua, mi regala due libri e ci lasciamo con un abbraccio.

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Sulla Sila, fra libri e fiocchi di lana

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Cominciamo col dire che la Sila è uno stato della mente prima di tutto. Il bosco qua non c’è l’hai fuori, ma dentro. Nel senso che ti entra come edera e si aggrappa dappertutto, allo stomaco, ai polmoni, su fino al cervello.
A Soveria Mannelli faccio un blitz da un editore che produce cultura internazionale da un paese di tremila anime.
Poi mi imbatto in un architetto visionario, che ha ripreso le macchine di tessitura del bisnonno e le ha riaccese, così com’erano, per produrre “tessuti imperfetti”‘ dice lui. E venderli nei concept store di tutto il mondo. “A Carpi secondo me non hanno capito come si deve rispondere alla crisi…”, mi dice. A un certo punto riaccende il treno di cardatura e la macchina si mette a parlare con suoni ventriloqui e odore di grasso e olio d’oliva.
Poi passo da un vecchio amico a Panettieri, il comune più piccolo della Calabria, che mi annuncia l’inaugurazione di una casa di riposo nei locali della vecchia scuola. Per certi settori l’Appennino fa ancora da traino. E mi parla del brigante Talarico, un mito da queste parti, che presto avrà un museo.

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Fichi al forno sulla provinciale

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La strada è bella perché ognuno ha la propria idea di ciò che ci si può fare. Francesca e Pasqualina, ad esempio, ci spuntano gli spiedini per infilare i fichi da fare al forno. Semplici, con le noci, o con il cioccolato. Non è difficile. Si prende una canna dal campo vicino e si lavora di coltello. Intanto si guarda quel che accade sulla provinciale che, in fondo, è una tv sempre accesa. Francesca ti dà qualche informazione sulla new town che vedi più a valle: un paesone che pare un plastico di cartongesso. È il nuovo Cavallerizzo di Cerzeto, dopo che il vecchio paese, più a monte, è stato completamente evacuato per una frana su cui stava scivolando via. Casine precise precise, bianche come la neve, che sembrano appena posate da mano geometrica. A Francesca ricorda certi villaggi del Sudamerica. Pasqualina, scuote la testa. Non sa che pensare. “Però le case nuove anche a quelli che se ne sono andati in America da cinquant’anni, forse non dovevano dargliele..”

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